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Nell'ambito del cartellone CortinaTerzoMillennio di Rosanna Raffaelli Ghedina, Francesco Jori e Stefano Vietina saranno al Miramonti di Cortina martedì 22 agosto alle ore 18,00 per parlare di Gianpietro Talamini, cadorino che ha lasciato una traccia indelebile nel mondo dell'informazione, e del suo successore Giorgio Lago, dopo di lui il direttore più longevo della testata veneta.  Fosse nato ai nostri tempi gli avrebbero dato una cattedra di marketing & comunicazione. Più semplicemente, 130 anni fa Gianpietro Talamini, da Vodo di Cadore, classe 1845, quando decise di dar vita al suo Gazzettino si guardò intorno e fece delle scelte ben precise: linguaggio semplice, notizie di cronaca minuta, prezzo di copertina dimezzato rispetto alla concorrenza (assai agguerrita) dell'epoca e soprattutto attenzione ad un pubblico popolare, mentre i fogli allora parlavano ad un'élite. Nacque un progetto che ha attraversato 130 anni di storia e che rappresenta a tutt'oggi un canale informativo prezioso.

 

Ne parliamo con Francesco Jori che del Gazzettino è stato vice direttore con Giorgio Lago e che oggi è editorialista del Gruppo Espresso, appassionato di storia e di cose venete, una delle penne più brillanti del giornalismo italiano. Ritorniamo indietro di 130 anni: quale era il contesto storico in cui nacque Il Gazzettino?

“Quello di un Veneto uscito da un periodo storico in cui faceva parte di una grande potenza politica ed economica come l’Austria-Ungheria asburgica, diciamo gli Stati Uniti dell’epoca, per passare da una ventina d’anni in uno Stato giovane e malmesso come l’Italia; ed era talmente povero, quel Veneto, da venire chiamato il sud del nord”.

Quali erano le motivazioni di Gianpietro Talamini per far nascere proprio allora un nuovo quotidiano?

“La convinzione che vi fosse ampio mercato per un’iniziativa nuova sul piano dell’informazione, malgrado esistessero in Italia in quel momento ben 145 testate quotidiane; e a Venezia, dove aprì il Gazzettino, ce n’erano cinque. Ma lui aveva capito che quell’ampia offerta si concentrava su un segmento ristretto di lettori, di fascia medio-alta, mentre rimaneva scoperta la massa. Insomma, aveva in testa il giornale popolare”.

Quali erano le principali caratteristiche di Talamini, personali e professionali?

“Da giovane aveva battuto una strada letteraria, scrivendo anche un componimento in versi; inoltre nel suo Cadore aveva collaborato a una testata piccola ma vivace come “L’Alpigiano”. Da buon montanaro, aveva come si dice scarpe grosse ma cervello ultrafino”.

Come partì?

“All’inizio il giornale lo facevano in tre; ma Talamini di fatto aveva reclutato decine di collaboratori: le porte del giornale erano sempre aperte, chi portava una notizia riceveva un piccolo compenso. Fu inoltre amministratore severo ed attento, e sapeva fare marketing: prima ancora di uscire col primo numero del Gazzettino aveva già 1.200 abbonati…”.

Meno politica, più cronaca: una ricetta vincente ancora oggi? Allora perché i giornali l'hanno abbandonata?

“In realtà la stampa italiana è nata geneticamente come strumento di dialogo col potere anziché di controllo, di watch-dog, cane da guardia, come dicono gli anglosassoni. Da noi non c’è mai stata la divisione tra quotidiani di élite e quotidiani popolari, come ad esempio in Inghilterra; l’unico tentativo negli anni Ottanta è stato quello dell’“Occhio”, ma è presto fallito. Il Gazzettino di Talamini rimane un esempio pressoché isolato. Certo, oggi lo sbilanciamento a favore della politica è massiccio; per giunta, non della Politica con la maiuscola, ma del suo più deteriore chiacchiericcio”.

C'è ancora una forte pressione sui giornali da parte della politica? Perché?

“Molto dipende dalla crisi dei partiti tradizionali e dalla personalizzazione della politica in atto dai primi anni Novanta. Ma c’è anche una forte distorsione ottica: i politici di oggi investono tanto, e non solo sul piano economico, in comunicazione; eppure il prodotto politica viene rifiutato in blocco da quasi metà del mercato elettorale, come dimostrano l’altissima astensione e i sondaggi sull’abissale sfiducia nei suoi confronti”.

La mancanza di editori puri condiziona i giornali? Le testate rispondono ad interessi diversi da quelli dei lettori?

“Il tema è ampio e richiede un trattato più che una risposta. Anche questa caratteristica è genetica, perché in Italia la stampa nasce (e rimane) come un canale di dialogo tra poteri. A me personalmente rimane una curiosità: da sempre in Italia più o meno nove persone su dieci non comprano un quotidiano. Come mai gli editori, che sono attentissimi al mercato per quanto riguarda i loro altri settori di attività, non si preoccupano di questo aspetto? Forse perché a loro non interessa vendere, ma qualcos’altro?”.

Oggi né le vendite né la pubblicità sono sufficienti a coprire le spese, cosa si prospetta per la stampa?

“Le vendite non sono mai state sufficienti, e la pubblicità ha sempre avuto un ruolo centrale, a volte fin troppo. Oggi, in particolare, l’intero mercato è in evoluzione continua e intensa; quindi anche nell’informazione occorre innovazione, assieme ad altri fattori come la diversificazione, il marketing, la formazione. All’estero, specie negli Usa, ci sono esperienze innovative di sicuro interesse; d’altra parte, anche da noi ormai la carta stampata si accompagna a settori paralleli, da internet ai social”.

Giornali d'informazione e giornali locali: come reagiscono allo strapotere di internet?

“Come sempre in Italia, si è reagito tardi, e spesso in modo confuso. Però bisogna tener conto anche del fatto che il fenomeno è stato rapido e dirompente; ci vuole tempo, e ci vogliono investimenti. Qualche segnale interessante si coglie, ma indubbiamente il ritardo da recuperare è notevole, anche perché le tecnologie e i gusti del pubblico cambiano in modo impetuoso”.

La ricetta di Talamini prevedeva linguaggio semplice e cronaca minuta: applicabile anche oggi?

“La semplicità del linguaggio e l’attenzione alla vita vera resteranno sempre due ingredienti fondamentali. Ma oggi, la tv, internet, i social hanno sconvolto il modo di fare informazione. Quando una notizia domattina appare nel quotidiano, è già vecchia; inutile inseguire. A mio avviso, la carta stampata può avere invece un ruolo esclusivo e prezioso nell’approfondimento: oggi le cose accadono in maniera accelerata, e le persone faticano a interiorizzarle, perché mancano loro le chiavi di lettura. Ruolo che potrebbe essere rivestito dai giornali”.

Talamini diresse Il Gazzettino per 47 anni, fino a 89 anni, nel 1934: dopo di lui il più longevo direttore di quella testata è stato Giorgio Lago: vedi qualche analogia fra i due?

“Molte, e non a caso Lago si è richiamato spesso a Talamini. Direi che il principale punto di contatto è l’aver voluto differenziare l’informazione: non il quotidiano omologato con gli altri (tutti scelgono e scartano le stesse notizie, e danno loro la stessa gerarchia), ma quello attento al territorio in cui opera, e che usa come fonte privilegiata non l’élite, ma chi in quel territorio vive. Il Gazzettino di Talamini e quello di Lago sono stati il portavoce del Triveneto o del Nordest, come lo si voglia chiamare; e sono stati autorevoli, perché hanno saputo parlare a tutti, non a una frazione. Insomma, erano la voce della gente non del potere”.

Lago portò il Gazzettino da 90.000 a 140.000 copie di tiratura: come fece?

“Grazie a un mix di fattori, cominciando da un editore assolutamente moderno e svincolato da logiche di potere (allora rappresentato da un gruppo di industriali veneti, n.d.r.), che ha investito risorse massicce nel giornale anche sul piano tecnologico e amministrativo, oltre che giornalistico. A questo Lago ha unito la sua capacità di cogliere e filtrare gli umori del Nordest, di dargli un’identità, di chiamarlo a un ruolo alto. E ha avuto un metodo di lavoro che coinvolgeva davvero tutti, dai redattori ai tipografi. Altra cosa importante: ha sempre investito in risorse umane interne, non è mai andato a inseguire le grandi firme altrui, ma ha scommesso sui giovani; e ha vinto”.

 

Stefano Vietina

twitter@vietinas